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Prime Esperienze

CAOS ORMONALE


di La-mandria
21.09.2026    |    674    |    7 7.0
"Il silenzio che seguì fu quasi irreale, rotolato via solo dal ronzio affaticato dei motori di riserva e dal battito accelerato, sincrono dei loro cuori..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria STRONG

Premessa degli autori
Questo racconto nasce unendo la gloriosa tradizione della fantascienza classica dei viaggi subatomici — sulla scia dei capolavori di Isaac Asimov — a un cortocircuito anatomico, medico e surreale che ribalta ogni legge della fisiologia, della fisica e del buon senso.
Immaginate la precisione chirurgica dei micromoduli, la tensione asettica dei grandi laboratori di ricerca e poi, d'improvviso, una virata grottesca, boccaccesca e profondamente sensuale, dove la scienza medica incontra gli impulsi più inarrestabili, oscuri e incontrollabili del corpo umano.
Il risultato è un'avventura al limite del surreale, un viaggio in cui la biologia cellulare si mescola al caos ormonale e dove l'equipaggio di un sommergibile microscopico si ritrova a vivere l'esperienza più rocambolesca, intima e imbarazzante della storia della medicina.
Buona lettura (e prendetela con filosofia).

**************
La luce fredda, tagliente e clinica dei neon del laboratorio di micro-ingegneria biomedica del Centro Isaac Asimov rimbalzava sulla calotta cranica lucida e sudata del professor Morkson, assorto nella digitazione furiosa di una stringa di codici binari e quantistici sulla tastiera olografica sospesa nel vuoto.
Intorno a lui, i banchi di lavoro erano un cimitero disordinato e affascinante di circuiti stampati, provette colme di isotopi stabili, manuali di anatomia microscopica logorati da decenni di consultazioni febbrili e vecchi terminali analogici che emettevano un ronzio metallico costante, quasi ipnotico.
L'aria era densa di ozono, di caffeina bruciata, di fumi di saldatura e di un'aspettativa palpabile che gravava sull'intero team come una cappa di piombo pressurizzato.
«La situazione è disperata, Vane», esordì Morkson senza distogliere lo sguardo dai monitor a scorrimento verticale che tracciavano in tempo reale la mappa cellulare del paziente.
«Il soggetto risponde al nome di Leo.
Ventisei anni, vita sedentaria, e un danno tissutale talmente localizzato, complesso e profondo nei dotti deferenti da sfidare ogni logica chirurgica macroscopica. Stiamo parlando di una micro-lacerazione dell'epitelio pseudostratificato colonnare che riveste il dotto deferente, complicata da una fibrosi locale dell'interstizio muscolare liscio. Le normali sonde a fibra ottica non possono penetrare la barriera dei tessuti senza causare una necrosi ischemica collaterale irreversibile. La chirurgia tradizionale è esclusa a priori.»
Vane, il comandante in seconda del corpo sommergibili microscopici, si aggiustò con un gesto fluido la tuta di contenimento quantistico, lisciandosi il tessuto tecnico ad alta tecnologia che aderiva al corpo con una precisione quasi epidermica, delineandone ogni linea muscolare e la tensione atletica delle spalle.
Sapeva perfettamente a cosa andavano incontro.
Aveva studiato i trattati più avanzati di bio-meccanica cellulare e le teorie sui campi di compressione molecolare: l'unico modo per riparare una lesione degenerativa così delicata senza rischiare la paralisi permanente o il collasso dei tessuti circostanti era la miniaturizzazione di fase. Ridurre un intero equipaggio alla scala dei micron, caricarlo a bordo del Minos — un vascello subatomico dotato di uno scafo forgiato in indistruttibile lega di adamantio e stabilizzatori quantistici di ultima generazione — e iniettarlo direttamente nel flusso biologico del paziente.
«Un viaggio allucinato nel microcosmo maschile», bofonchiò Vane, incrociando le braccia muscolose e fissando i diagrammi anatomici tridimensionali che fluttuavano nell'aria satura di vapore. «Niente di nuovo sotto il sole, o almeno sotto i riflettori dei nostri acceleratori di particelle. Quali sono le coordinate d'ingresso stabilite dal computer di rotta?»
«Vena safena laterale sinistra», intervenne la dottoressa Kora, brillante chirurgo nanocellulare e ufficiale medico di missione, stringendo tra le mani il manipolatore di rotta olografico.
La sua espressione era concentrata, severa, quasi tagliente, mentre il tessuto della sua tuta aderiva in modo incredibilmente sinuoso, lucido e provocante alle curve pronunciate del corpo, esaltandone la femminilità in quel contesto asettico.
«Il tragitto è breve, ma la densità vascolare in prossimità della zona pelvica è un vero e proprio labirinto di flussi turbolenti, valvole venose e pressioni variabili. Dobbiamo calcolare ogni scarto fluidodinamico, tenendo conto della gittata cardiaca e della resistenza vascolare sistemica, con una precisione al millisecondo per evitare di schiantarci contro le pareti endoteliali durante la spinta iniziale.»
Morkson annuì solennemente, digitando l'ultimo comando di sicurezza sulla console centrale, un protocollo che richiedeva l'autorizzazione biometrica di tutto il consiglio direttivo. Attivò la sequenza di lancio principale.
«Riduzione della materia al millesimo di miliardesimo in corso. Stabilizzazione dei campi di fase quantistica. Cinque... quattro... tre... due... uno... Sgancio.»
Un lampo di luce accecante, violacea e magnetica, un ronzio sordo e profondo che sembrava lacerare il tessuto stesso dello spazio-tempo e delle dimensioni subatomiche, e il mondo macroscopico svanì in una frazione di secondo, inghiottito dal nulla.
Per l'equipaggio del Minos, la transizione fu un pugno nello stomaco brutale, una sensazione di vuoto e vertigine cosmica che ribaltava completamente i punti cardinali della percezione umana. D'improvviso, le pareti asettiche del laboratorio scomparvero, sostituite da un paesaggio alieno, ciclopico, pulsante e spaventosamente vivo.
Il flusso sanguigno circostante appariva come un immenso canyon di globuli rossi biconcavi che rotolavano come massi giganteschi e lucidi, sospesi in un mare denso di plasma ricco di elettroliti e proteine plasmatiche, ritmicamente pulsante. Le pareti dei vasi sanguigni, costituite da cellule endoteliali piatte simili a immense mattonelle traslucide e circondate da una lamina basale collagenica, si contraevano e si espandevano al ritmo sordo, caldo e cadenzato del battito cardiaco di Leo.
«Stabilizzatori di rotta inseriti al massimo!», gridò Vane, lottando con entrambe le mani contro la cloche rigida del Minos mentre un vortice denso di plasma e globuli bianchi tentava di deviare la prua del sommergibile verso una biforcazione arteriosa periferica e insidiosa.
«Abbiamo una stabilità strutturale del novantotto per cento», confermò Kora, controllando rapidamente con dita agili i monitor interni della diagnostica di bordo.
«Il motore a compressione quantistica tiene botta contro la pressione idrostatica locale. Manteniamo la rotta programmata verso i dotti deferenti, sfruttando il flusso retrogrado attraverso il plesso pampiniforme. Secondo la mappatura cellulare ad alta risoluzione, la lesione da suturare si trova esattamente a tre centimetri dal punto di giunzione anatomico con l'ampolla deferenziale.»
Il viaggio durò quella che sembrò un'eternità angosciante e magnifica, scandita dal ticchettio ossessivo degli strumenti di telemetria. Il Minos sfrecciò tra foreste dense di fibre muscolari lisce e contrattili, schivando imponenti colonne di collagene e superando tempeste furiose di piastrine che sibilavano minacciose contro la cupola di vetro adamantino del sommergibile, lasciando scie fosforescenti e luminose nel plasma.
Infine, l'ambiente circostante cambiò radicalmente consistenza e colore.
Il rosso cupo del sangue lasciò il posto a un dedalo labirintico di tubuli intricati, tappezzati da un epitelio pseudostratificato con stereocilia e circondati da una fitta rete di terminazioni nervose simpatiche che inviavano impulsi elettrici simili a lampi silenziosi, caldi e intermittenti. Erano arrivati nell'area critica dell'intervento chirurgico.
«Siamo sul bersaglio esatto», annunciò Kora, slacciandosi rapidamente le cinture di sicurezza e indossando il visore binoculare avanzato per micro-chirurgia laser ad alta precisione.
«Vane, parcheggia il Minos in quella nicchia tissutale protetta, proprio tra le pieghe della mucosa. Io scendo nella camera di sfiato a saldare la membrana lesionata con il polimero sintetico biocompatibile.»
La dottoressa azionò la valvola idraulica del portellone stagno. Il piccolo scafandro pressurizzato calò dolcemente sul tessuto danneggiato, avvolto da una foschia calda e umida. Con gesti chirurgici millimetrici, Kora estrasse il manipolatore molecolare, puntando il raggio azzurrognolo sulle fibre collassate che richiedevano un intervento d'urgenza.
Fu allora che la quiete biologica del sistema venne brutalmente, deliziosamente e inaspettatamente interrotta da un evento esterno fuori da ogni controllo medico.
Sulla superficie esterna, nel mondo reale e asettico della clinica, la porta della sala d'attesa si era aperta con un leggero scatto metallico e deliberato.
L'infermiera del turno pomeridiano, una giovane specializzanda dai lineamenti perfetti, un portamento elegante, una grazia felina e uno sguardo magnetico che non ammetteva repliche, aveva fatto il suo ingresso trionfale nella stanza di degenza di Leo per il controllo di routine dei parametri vitali post-operatori, registrando la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa brachiale.
All'interno del corpo del giovane, il risveglio sensoriale di Leo fu immediato, profondo, viscerale e travolgente.
Nonostante i sedativi leggeri somministrati in precedenza dal personale medico, l'improvvisa vicinanza fisica, il profumo e la stimolazione visiva di quella figura femminile innescarono una reazione a catena fulminea nel sistema nervoso simpatico.
I centri superiori dell'ipotalamo inviarono segnali elettrici immediati attraverso il midollo spinale, stimolando la liberazione massiccia di adrenalina e noradrenalina dai surreni, mentre i corpi cavernosi e i plessi pelvici venivano inondati di ossido nitrico, scatenando un'intensa vasodilatazione e una risposta incontrollabile.
«Ehi... Kora», mormorò Vane, sgranando gli occhi con un brivido freddo lungo la schiena mentre fissava i sensori di pressione esterna sul pannello di controllo del Minos. «Hai sentito questo boato?»
Un rombo sordo, profondo e tellurico, simile a un terremoto di magnitudo nove amplificato dalla risonanza dei tessuti molli pelvici, scosse l'intero apparato circostante. Le pareti dei dotti deferenti, ricche di fibroblasti e cellule muscolari lisce, iniziarono a contrarsi in un movimento peristaltico rapido e ritmico, comprimendosi con una forza meccanica inaudita, pulsante e incredibilmente sensuale nella sua violenza fisiologica.
«Un sisma vascolare e una contrazione peristaltica dei dotti deferenti?!», urlò Kora, perdendo l'equilibrio nella camera stagna e aggrappandosi disperatamente con entrambe le braccia al braccio articolato del laser chirurgico, premendo il petto contro le strutture di supporto.
«Peggio, molto peggio!», ruggì Vane, guardando i monitor principali della telemetria impazzire e schizzare pericolosamente sul rosso cupo.
«Il paziente... sta reagendo in modo spropositato agli stimoli esterni! L'infermiera deve essersi avvicinata troppo al letto, innescando un riflesso autonomo parasimpatico e simpatico combinato! La pressione interna nel lume sta salendo vertiginosamente verso il punto di non ritorno e la muscolatura liscia sta accumulando una tensione isometrica devastante!»
Il sistema anatomico circostante si trasformò rapidamente in una pentola a pressione biologica pronta a esplodere in qualsiasi frazione di secondo.
I dotti si tesero come corde di violino sotto una trazione meccanica e ormonale insostenibile.
Il Minos, parcheggiato saldamente nella nicchia, iniziò a tremare violentemente, sballottato da onde d'urto ormonali e termiche che avrebbero potuto sbriciolare il titanio comune, ma non l'adamantio purissimo dello scafo.
«Dobbiamo rientrare a bordo! Subito, Vane!», gridò Kora, sganciandosi dal punto di lavoro e azionando i razzi di risalita della sua tuta individuale per rientrare nella camera di sfiato del sommergibile prima che fosse troppo tardi.
Ma il tempo a loro disposizione era completamente esaurito.
Nella realtà macroscopica, Leo, sopraffatto da un'ondata travolgente di vitalità, da un picco ormonale inatteso e da un impulso irrefrenabile che ignorava sfacciatamente qualsiasi protocollo medico o deontologico, decise che le priorità della scienza potevano attendere.
Con uno scatto d'impeto, di pura lussuria e abbandono, si girò verso l'infermiera, bruciando in un solo secondo tutti i manuali di degenza ospedaliera e stringendola a sé in un abbraccio intriso di pura passione e calore carnale.
All'interno del corpo, l'effetto fu quello di un cataclisma nucleare localizzato, un'esplosione di energia cinetica, muscolare e secretoria senza precedenti. «Si salvi chi può!», urlò Vane, azionando i motori ausiliari del Minos alla massima potenza consentita dai circuiti sovraccarichi.
Ma la spinta propulsiva del corpo umano fu infinitamente più rapida, potente e violenta di qualsiasi reazione meccanica mai concepita dall'ingegneria. I dotti deferenti, le vescicole seminali e la prostata si contrassero simultaneamente in una sinergia neuromuscolare perfetta e catastrofica, pompando una miscela densa di secrezioni ghiandolari, fruttosio, enzimi e spermatozoi in un unico, mastodontico spasmo propulsivo.
È eiaculazione.
Il tempo parve rallentare in una dimensione quasi onirica, densa e incredibilmente sensuale.
Il Minos fu strappato via dalla nicchia di parcheggio come una fragile foglia in mezzo a un uragano tropicale di forze primordiali. Trascinato nel gorgo di un getto fluidodinamico a velocità ipersonica lungo il dotto eiaculatorio e l'uretra posteriore, il sommergibile fu lanciato in una corsa folle, cieca, rovente e inarrestabile, proiettato dritto verso un destino che nessun manuale di bioingegneria aveva mai contemplato prima d'allora.
Il Minos non era stato progettato per resistere a una forza di spinta balistica e a una pressione idrodinamica di quella portata. I banchi di calcolo quantistico della plancia si accesero di mille luci rosse intermittenti, mentre l'allarme antincendio virtuale gridava con un ticchettio assordante, metallico e continuo.
«G force fuori scala! Siamo a trenta... quaranta... cinquanta G! L'accelerazione centripeta e longitudinale sta superando la soglia di tolleranza strutturale dello scafo!», urlò Vane, piantando i piedi sui sostegni di pilotaggio e tirando la cloche con tutta la forza delle sue braccia potenziate dalla tuta e dall'adrenalina.
Alle sue spalle, la dottoressa Kora era rimasta inchiodata al portellone di sicurezza della camera di compensazione, trattenuta a stento dalle cinghie magnetiche di sicurezza che premevano morbidamente, ma con forza contro le linee sinuose del suo corpo.
La cupola panoramica del sommergibile era investita da un torrente denso, lattiginoso, caldissimo e biancastro — ricco di liquido seminale ad alta viscosità — che sfrecciava a velocità supersonica, trasformando il paesaggio microscopico in una scia di striature iridescenti, avvolgenti e luminose.
Il canale uretra-cervicale agiva esattamente come la canna di un cannone a rotaia elettromagnetico di precisione militare.
Milioni di cellule germinali sfrecciavano intorno al Minos come asteroidi impazziti in una tempesta di meteoriti biologica: colossi flagellati che nuotavano furiosamente sfruttando il metabolismo del fruttosio circostante, urtando contro lo scafo con un rumore sordo e cadenzato, simile al ticchettio di una grandine pesante su una vetrata blindata.
«Vane! La pressione idrostatica dello scafo sta cedendo! I deflettori quantistici sono al limite della saturazione!», gridò Kora, indicando il manometro principale che vibrava pericolosamente vicino alla zona rossa e irreversibile dell'implosione. «Se continuiamo a accelerare così attraverso lo sfintere uretrale esterno e oltre, la compressione di fase imploderà e torneremo alle dimensioni normali all'interno di un abbraccio proibito e letale!»
«Non posso frenare, Kora!», rispose Vane, con i muscoli tesi allo spasmo e il sudore che gli colava sulla fronte, tracciando linee lucide sulla sua pelle calda.
«Il flusso ci sta pilotando! Siamo l'oggetto più pesante in questo fiume di bramosia, muco cervicale e ormoni, e la fisica non ammette repliche di sorta!»
Un boato sordo, amplificato a dismisura dalla densità e dalla temperatura del fluido, segnò il momento del distacco definitivo e dell'atterraggio balistico.
Il Minos fu letteralmente sparato fuori dal condotto in un getto balistico di potenza inaudita e cosmica, superando la barriera anatomica per atterrare nell'ambiente pelvico femminile.
Per una frazione di secondo, il tempo sembrò sospendersi in un'immobilità quasi sacra.
Il sommergibile uscì dal tunnel anatomico ed entrò in uno spazio vasto, buio, caldissimo, umido, profumato e accogliente, illuminato solo dai fari di profondità dello scafo.
L'impatto fu attutito dolcemente da un oceano di muco cervicale filante, ricco di glicoproteine ad altissima viscosità.
SPLASH.
Il Minos scivolò come un sasso prezioso lanciato su una distesa infinita di gelatina liquida e tiepida, planando pesantemente contro una parete elastica, vellutata e rugosa — l'endometrio uterino altamente vascolarizzato — che si estendeva all'infinito in ogni direzione.
Il silenzio che seguì fu quasi irreale, rotolato via solo dal ronzio affaticato dei motori di riserva e dal battito accelerato, sincrono dei loro cuori.
Vane lasciò andare la cloche, inspirando profondamente l'aria satura, densa e ossigenata della cabina. Si passò una mano sul viso, incredulo, spossato e febbricitante.
«Kora... dimmi che i sensori di bordo sono guasti. Dimmi che non siamo dove penso io.»
Kora si staccò dalle cinghie, barcollando leggermente per le vertigini, e si precipitò alla console centrale della navigazione. Fece scorrere le dita sulle tastiere olografiche, analizzando con precisione maniacale la composizione chimica del liquido esterno, la temperatura elevata (fissata sui trentasette gradi e mezzo), la pressione avvolgente e la mappatura cellulare circostante.
I suoi occhi si allargarono a dismisura, riflettendo una luce lussuriosa e sbalordita.
Le si bloccò il respiro in gola.
«Vane... ho una notizia che supera ogni confine dell'immaginazione umana e scientifica», sussurrò la dottoressa, indicando il monitor principale con un dito tremante.
Sul display tridimensionale, la telecamera esterna del Minos proiettava l'immagine di una struttura sferica, gigantesca, fluttuante al centro esatto di quel tempio di carne, calore e fluidi.
Una cellula uovo secondaria circondata dalla zona pellucida e da una corona radiata di cellule follicolari, immersa in un ambiente uterino ricco di recettori ormonali e prostaglandine.
«Siamo...», balbettò Kora, con la voce che tradiva un'eccitazione febbrile e incontrollabile, «...siamo all'interno della cavità uterina dell'infermiera.»
«Maledizione e benedizione insieme», imprecò Vane, sbattendo un pugno sulla plancia con un misto di stupore grottesco e vertigine erotica.
«Non ci posso credere. Siamo finiti direttamente nel cuore pulsante del peccato e della fertilità.»
Attorno al Minos, l'oceano microscopico si era improvvisamente animato in modo vorticoso, affascinante e sensuale.
Milioni di spermatozoi giunti a destinazione attraverso la risalita uterina. Scagliati nello stesso cataclisma d'amore, avevano iniziato la loro marcia trionfale, sinuosa e disperata verso la cellula uovo.
Visti dalla prospettiva del sommergibile, quei minuscoli girini sembravano creature flessuose dotate di una determinazione feroce.
«Guardate là fuori!», gridò Kora, puntando il dito tremante contro la cupola di vetro, con il viso completamente arrossato per l'emozione e il caldo.
A meno di dieci metri dal parabrezza del Minos, uno degli spermatozoi più grandi, vigorosi e perfetti — provvisto di un flagello iperattivato e lungo quanto un autobus in scala microscopica — puntò dritto verso l'ovocita con una grazia magnetica e inarrestabile.
La sua testa ovale cozzò contro la zona pellucida, rilasciando gli enzimi necessari per perforare la membrana e fondersi con la membrana plasmatica della cellula uovo.
La reazione corticale scattò all'istante, modificando i recettori di membrana per impedire la polispermia e sprigionando un'onda d'urto bioluminescente e avvolgente che investì in pieno il sommergibile, facendolo fremere come scosso da brividi di puro piacere.
«Stiamo assistendo... in diretta, in prima persona e senza filtri, al momento supremo della fusione genetica e della fecondazione», mormorò Vane, con lo sguardo perso nel vuoto lussurioso della cupola, sentendo il proprio corpo pervaso da un calore anomalo e bruciante.
«Morkson ci farà radiare per oltraggio al pudore scientifico prima ancora di giustiziarci.»
Mentre la fecondazione si compiva sotto i loro occhi in un tripudio di scintille cellulari e flussi di calcio intracellulare, l'atmosfera all'interno della cabina del Minos si era fatta rovente e irrespirabile. Il buio dello scafo, illuminato solo dai riflessi azzurri, dorati e madreperlacei della cellula uovo, creava un'intimità claustrofobica e magnetica che amplificava ogni respiro, ogni sospiro e ogni fremito all'interno delle tute pressurizzate.
Kora si era avvicinata all'oblò, premendo il viso e le mani contro il vetro speciale dello scafo, con il corpo che ondeggiava leggermente al ritmo del battito uterino esterno.
«Vedi quel dettaglio, Vane?», sussurrò la dottoressa con voce roca, alterata dalla pressione e da un'improvvisa, incontrollabile ondata di sensualità viscerale. «È la perfetta sintesi della materia che si abbandona all'istinto. È... è di un erotismo cosmico sconvolgente.»
Vane le si era accostato così tanto da sentire il profumo della sua pelle attraverso i filtri della tuta, sentendo le proprie difese razionali sciogliersi come neve al sole d'estate. Le loro mani si sfiorarono sui comandi di emergenza della plancia, intrecciandosi con un contatto improvviso e famelico. Il contatto fu carico di una tensione elettrica e carnale che azzerò ogni confine professionale ed etico.
«Vane...», mormorò Kora, voltandosi di scatto e inchiodando i suoi occhi in quelli del comandante, con le labbra socchiuse e umide. «Se questo sommergibile dovesse implodere adesso per la pressione osmotica... voglio che tu sappia che questa è la forma di estasi più perversa, intima e meravigliosa che la scienza abbia mai concepito.»
In quel preciso istante, la radio di bordo sfrigolò violentemente, rompendo la magia di quel momento sospeso.
Un canale d'emergenza criptato, proveniente direttamente dal mondo macroscopico del Centro Asimov, bucò la barriera dei tessuti umidi e dei campi magnetici.
La voce del professor Morkson tuonò nella cabina del Minos, carica di isteria accademica e panico puro: «Minos! Minos, mi ricevete?! Per tutti i banchi di memoria della galassia, i sensori biometrici indicano che la vostra firma di massa si è spostata ed è ora localizzata... nell'utero dell'infermiera Angela?! Che diavolo di orge subatomiche state combinando laggiù?! Vi mando subito un catetere di aspirazione a risonanza magnetica focalizzata per risucchiarvi via da quel pantano genetico e ripristinare il normale ciclo estrale/mestruale!»
Un rombo sordo, simile a un richiamo intergalattico e divoratore, iniziò a propagarsi attraverso i tessuti uterini. L'oceano amniotico e il muco circostante si incresparono in mulinelli rapidissimi e minacciosi che convergevano verso un unico punto iVaccanvisibile, pronti a risucchiare via il Minos e lozigote appena formato per riportarli alla fredda luce asettica dei laboratori.
«Il campo magnetico di estrazione sta crescendo! Vogliono strapparci via da questo eden proibito!», urlò Kora, guardando i monitor di bordo impazzire.
Fu allora che Vane prese una decisione folle, irrazionale, ma dettata da un'irrefrenabile bramosia di libertà e passione eterna.
«No! Non torneremo a fare le cavie in un laboratorio sterile!», ruggì Vane, disattivando i deflettori di prua e sbloccando manualmente i comandi di spinta contraria.
«Vane, sei pazzo?! Verremo inglobati per sempre nella genetica e nella mitosi di questo embrione in fase di segmentazione!», gridò Kora, sebbene nei suoi occhi brillasse la stessa identica luce di folle eccitazione e abbandono.
«Esattamente, Kora», sussurrò lui, stringendola a sé in un abbraccio travolgente mentre azionava i motori alla massima potenza per schivare il cono di risucchio del catetere.
«Diventeremo leggenda. Diventeremo parte dell'infinito.»
Con una manovra spericolata, il Minos deviò la rotta, sfuggendo per un soffio al risucchio esterno e stabilizzandosi in un'orbita eterna, calda e protetta al centro esatto della cavità uterina.
Nel mondo reale, i monitor del Centro Asimov si spensero per sempre nel bel mezzo di un blackout di dati incomprensibili.
Nel grembo dell'infermiera Angela, protetti da un oceano di calore e cullati dai sussurri della vita che germogliava, il piccolo sommergibile e i suoi due amanti clandestini trovarono una dimensione oltre lo spazio e il tempo.
La membrana dello zigote, fecondata e arricchita dalla lega di adamantio e dai campi quantistici del Minos, continuava a pulsare di una luce dorata e sensuale, fondendo per sempre la biologia umana con la tecnologia del desiderio.
Fuori da quella clinica, nel mondo macroscopico, Angela e Leo si guardarono con occhi nuovi, percorsi da un brivido inspiegabile e incandescente. E laggiù, nelle profondità estreme della carne e del mistero, Vane e Kora compresero che alcune rotte, una volta tracciate dal fuoco della passione e dell'ignoto, non prevedono alcun viaggio di ritorno.

Vacca 24
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